Lo sciopero per la legge “bavaglio” e la libera informazione in Italia.
La libertà di informazione è un diritto costituzionalmente garantito, quindi la facoltà di poter informare è data a tutti ma, al contrario, l'accesso ai media non è dato a molti. E' qui che giocano gli interessi palesi e non palesi dei gruppi di potere che controllano la filiera dell'informazione. Per dare piena applicazione a questo cardine
della democrazia, la regola è semplice: 1) mettere in grado i giornalisti autonomi, i free lance, di poter operare senza essere ricattati dagli editori, dando loro dignità economica e professionale e, soprattutto, protezione legale. 2) Abbolire lo scandaloso finanziamento pubblico all'editoria, grassa greppia per la politica e i suoi conniventi. Le testate devono essere mantenute in vita dal consenso dei lettori e non dalla politica, ovvero dai nostri soldi, come qualsiasi azienda.
Da noi avviene il contrario: facendo balenare un'assunzione che oltretutto, visti i tempi, è sempre più improbabile, si sfruttano i free lance. Di questi, quei pochi fortunati che riescono ad entrare nelle grazie dell'editore in realtà diventano impiegati dello stesso, è lui che li sceglie, è lui che rischia. Non s'è mai visto un redattore della “Stampa” criticare la famiglia Agnelli. Va da se che, in tale posizione, non si è più giornalisti a tutto tondo, si sa dove poter arrivare e dove è meglio soprassedere, il tutto in cambio di un lauto stipendio, ferie pagate, e spalle ben coperte. Andando oltre, i soldi che gli editori prendono per le loro testate, come finanziamento, sono tanti e i politici, che conoscono bene gli ingranaggi del consenso elettorale, la fanno da padroni. Questo, purtroppo, è un rito che si ripete ogni anno da almeno mezzo secolo. L'onorevole Fini ha appoggiato tale elargizione anche quest'anno, paventando la messa in cassa integrazione di migliaia di persone. Non siamo assolutamente d'accordo, è un vecchio modo di far politica.
Di tutto ciò ne sono consapevoli sia l'ordine dei giornalisti che il sindacato unitario che ne difendono l''impalcatura. Nulla, se non a parole, è stato mai fatto per capovolgere la situazione, anzi. Di un ordine dei giornalisti non se ne sente la necessità, visto che è l'unico ad esistere nel mondo: basterebbe un'iscrizione e in piccolo esamino per sapere le regole fondamentali sull'informazione alla camera di commercio ed operare per essere direttore di una testata, senza sottostate agli esosi pedaggi dovuti ad una casta che ha sempre rappresentato gli interessi dei giornalisti contrattualizzati, fermo restando escutere i soldi per il tesserino, in cambio del nulla, ai quasi 80 mila giornalisti pubblicisti. Lo stesso dicasi del sindacato unico che è sempre stato ed è essenzialmente il sindacato dei giornalisti stipendiati, nulla a che vedere con i giornalisti free lance che hanno esigenze e caratteristiche diverse e che oggi, causa la vocazione, causa i licenziamenti, sono esattamente il doppio dei loro colleghi (il raffronto è preso facendo la differenza tra gli iscritti all'Inpgi 1, la cassa di previdenza dei giornalisti stipendiati, e l'Inpgi 2, la cassa di previdenza dei free lance).
In breve, la nostra informazione è in mano a gruppi di potere che ubbidiscono a logiche che potrebbero divergere dall'interesse del bene collettivo. Quanto al nostro Presidente del Consiglio, avrebbe dovuto dismettere la proprietà di uno dei più grandi network nazionali al tempo del suo esordio in politica, come etica e correttezza avrebbero voluto: non l'ha fatto, e chi avrebbe dovuto opporsi per costringerlo ad una delle due opzioni, politica o televisione, ha disatteso gli interessi della collettività, non sappiamo se per manifesta impotenza o per calcolo politico, fatto sta che adesso ne paghiamo le onseguenze.
La protesta contro la legge “bavaglio” è sacrosanta, è in pericolo un diritto garantito dalla costituzione, ma non vorremmo sia strumentalizzata per la sopravvivenza di una corporazione che non ha ragione di esistere e da un sindacato che fa gli interessi di una sola parte.
Virgilio Violo
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