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«Il Lupo»

Sono della Videa gli effetti visivi Sono della Videa gli effetti visivi del film "Il Lupo" prodotto dalla Poker Film di Carlo Bernabei e diretto ed interpretato da Stefano Calvagna, con Massimo Bonetti, Enrico Montesano, Antonella Ponziani, Maurizio Mattioli, Mirco Petrini.
Sugli Schermi cinematografici il 23 marzo


Liberamente ispirato alle vicende di Luciano Liboni, Il lupo ripercorre le tappe di un fatto di cronaca nera che ha tenuto col fiato sospeso l’Italia intera.
Il protagonista della storia è Franco, un ragazzo timido e con grandi difficoltà nei rapporti sociali.
In età adolescenziale viene colpito duramente dalla morte del padre.
L’evento genera in lui un malessere diffuso, compreso fino in fondo unicamente da Sara, sua sorella.
Al fine di ottenere il denaro necessario per raggiungere l’illusione di una vita spensierata e libera dai fantasmi del passato, Franco si macchia di ripetuti crimini.
Al principio piccole rapine, poi aggressioni e traffico di stupefacenti, fino al più grave e feroce dei delitti: l’omicidio di un giovane carabiniere in servizio.
Inizia per Franco un lungo periodo di latitanza, in cui avrà l’appoggio di Sara e di un amico d’infanzia, Mauro.
Tra azioni mozzafiato, colpi di scena e inseguimenti in una Roma notturna e contraddittoria, la storia di Franco si concluderà tragicamente.

Il regista: Stefano Calvagna:

«Sono un vulcano. Se mi fermo sono perduto».
Ecco come si presenta Stefano Calvagna , il più giovane regista italiano che a soli trent’anni, è stato definito da Gian Luigi Rondi il “Tarantino italiano”, uno dei critici che picchia forte sia sul cinema italiano che su quello americano.
Nato a roma , ha iniziato il suo percorso di formazione cinematografica giovanissimo negli Stati Uniti, studiando prima recitazione all’Actor Studios di New York e poi regia a Los Angeles, dove ha lavorato come assistente alla regia per la serie televisiva “Beverly Hills 90210’. Tornato in Italia, ha diretto per la televisione tedesca “Viaggio a Livorno” con Lorenzo Flaherty, esordendo così come regista per il genere fiction.
Sulla scia di quelle cronache cui si è dedicato il cinema italiano fra i Sessanta e i Settanta, presenta il suo primo lungometraggio “Senza paura” (1999), vero e proprio ‘pulp’ all’italiana, vincitore del premio De Sica – Festival di Salerno (2000) e del Vincitore della ‘Sezione giovani’ al Festival Australiano (2001). «Una bella soddisfazione- racconta il regista- perché in questo film c’è anche una pagina di storia privata, che di certo non posso dimenticare. Infatti, durante un assalto armato alla gioielleria dei miei genitori, io mi ritrovai con una pistola ed un coltello puntati alla gola e fu, poi, gambizzato. Quella drammatica esperienza, unita alla lettura attenta della banda del taglierino, che depredava banche su banche e la fece spesso franca, mi hanno convinto a scrivere la storia del mio primo film ». L’intento di Calvagna era di mostrare come vivono “dall’altra parte”: «In tutti i film vedimo la polizia ma non sappiamo come vivono loro, i rapinatori. Li vediamo per tre minuti, il tempo di sparare, scappare o morire. Sono solo comparsate del contesto poliziesco, non sappiamo cosa leggono, chi amano, non ci rendiamo conto che il mondo del bandito è simile a a quello del ragazzo della porta accanto».
Sulla scia di quelle cronache cui si è dedicato il cinema italiano fra i Sessanta e i Settanta, presenta il suo primo lungometraggio “Senza paura” (1999), vero e proprio ‘pulp’ all’italiana, vincitore del Premio De Sica – Festival di Salerno (2000) e del Vincitore della ‘Sezione giovani’ al Festival Australiano (2001). «Una bella soddisfazione- racconta il regista- perché in questo film c’è anche una pagina di storia privata, che di certo non posso dimenticare. Infatti, durante un assalto armato alla gioielleria dei miei genitori, io mi ritrovai con una pistola ed un coltello puntati alla gola e fu, poi, gambizzato. Quella drammatica esperienza, unita alla lettura attenta della banda del taglierino, che depredava banche su banche e la fece spesso franca, mi hanno convinto a scrivere la storia del mio primo film ». L’intento di Calvagna era di mostrare come vivono “dall’altra parte”: «In tutti i film vedimo la polizia ma non sappiamo come vivono loro, i rapinatori. Li vediamo per tre minuti, il tempo di sparare, scappare o morire. Sono solo comparsate del contesto poliziesco, non sappiamo cosa leggono, chi amano, non ci rendiamo conto che il ondo del bandito è simile a quello del ragazzo della porta accanto».

Nel 2000 produce il suo secondo film, “Arresti domiciliari”(2000). Dice Calvagna: «Mentre “Senza paura” è un film classico d’azione, il generale che fa cassetta, con questo film invece, ho voluto dimostrare che pur essendo giovane e alle prime armi sono in grado di fare qualcosa di un certo spessore. E’ stato una sorta di saggio di me stesso e delle mie possibilità creative». Regista, protagonista e sceneggiatore della storia, che dagli intrighi di spionaggio passa alla parodia degli stress quotidiani, mostra come Calvagna sappia muoversi su più di un piano che non ama cristallizzare. «Si tratta di una tragicommedia -afferma il regista- una commedia teatrale in tre atti con tanto di didascalie girata al 90% in interni, in una casa, dove prevalgono insieme all’amore, tematiche sociali come ad esempio all’identità sessuale: la psicologa che vuol dare lezione di comportamento morale è lesbica, gli zii d’America che vogliono rappresentare i valori familiari sono gay. Viene posto l’accento s identità sdoppiate. La protagonista femminile fa la dogsitter e si occupa di Mozart mentre il padre è agli ‘arresti domicialiari’ che danno il titoloal film, perché durante una rissa in discoteca gli viene trovata addosso una bustina di droga. Lui è innocente, ma si scoprirà con molti colpi di scena solo alla fine».

Dopo una parentesi televisiva che lo ha visto dirigere le riprese della soap “Vivere”, ha diretto e interpretato accanto a Federica Sbrenna “L’uomo spezzato” (2005), un film coraggioso, in cui Calvagna veste i panni di un professore di scuola accusato di atti di pedofilia nei confronti di una sua alunna; si scoprirà che la ragazza ha inventato tutto e il professore verrà scagionato, ma rimarrà comunque un uomo segnato anzi,parafrasando il titolo, ‘spezzato’. In questo film Calvagna sottolinea la disattenzione dei genitori verso i figli, la forza che i giovani hanno nel manipolare la verità conducendola su binari ben lontani dall’oggettività, e la potenza dei mass-media, che alterando l’informazione, sono in grado di screditare una persona senza poi riuscire a ripagarla con la stessa valenza. Vincitore della Fibula d’Oro a Lucca e del 1° Premio al Telesia Film Festival (2005), il film ha riscosso un notevole interesse da parte del pubblico.

Nello stesso anno Calvagna ha realizzato in Thailandia il real movie sulla prostituzione minorile “Viaggio all’inferno”, mentre l’anno seguente il film-documentario “A pugni chiusi a cuore aperto” (2006), sul campione europeo di boxe Vincenzo Cantatore in occasione dell’incontro per la conquista del titolo mondiale. Per la prima volta vediamo un pugile impegnato non solo sul ring durante la fase di combattimento, ma soprattutto un ‘uomo’ impegnato nella sua vita quotidiana: un marito premuroso e attento con la moglie, dolce e sensibile nei confronti della figlia. Finalmente entriamo nella vita di un uomo, che vive per la sua famiglia ma anche per una passione in cui crede “il pugilato”, uno sport che lo obbliga a porsi nei confronti del suo avversario in atteggiamenti spesso freddi, riflessivi, violenti e aggressivi, a differenza del suo vero modo di essere.

A marzo del 2006 presenta “E guardo il mondo da un oblò” (2006), una poetica e divertente commedia sul bisogno d'amore e sulle paure che la responsabilità e le conseguenze di certe scelte suscitano in noi. La storia vi introdurrà all'interno di un microcosmo curioso ed intrigante, sui valori della ricerca che come un faro nelle tempeste della vita, è consapevole di accettare la capacità di convivere con i nostri limiti. Come canta Gianni Togni in Luna, accompagnando la colonna sonora del film; 'Son pieno di contraddizioni che male c'è, adoro le complicazioni fanno per me, non metterò la testa a posto, Mai...'

Il suo ultimo lavoro “Il lupo” (2006), liberamente ispirato alla storia di Luciano Liboni, ripercorre le tappe di una vicenda di cronaca nera che ha tenuto col fiato sospeso milioni di italiani. «Tutto ebbe inizio nel 2004 quando Liboni passò sul set del mio film “L’uomo spezzato”», spiega il regista. « L’ho visto ma non ho relizzato subito chi fosse. Stavamo girando, mi fece: “Scusi, se mi metto qui do fastidio?”, e si fermò. …Dieci giorni più tardi fu ucciso. Da quel momento mi sono dedicato alla sua storia e alla sua latitanza». L’intento del regista è quello di raccontare la storia di un cane sciolto, malato ed emarginato, che mangiava e dormiva tra i barboni della stazione Termini; una sorta di condannato a morte, senza però prendere le difese dell’omicida che meritava l’ergastolo per le sue gesta crudeli e spietate. «Un film verità-continua Calvagna- un viaggio a ritroso, duro in cui si racconta di un uomo epilettico, che ha ucciso un carabiniere e per questo rimane un delinquente, che forse però nessuno voleva catturare vivo. Lascerò allo spettatore il giudizio sulla “giustizia giusta” in tempi di condono. Per ora sbatto i fatti sul grande schermo aspettando la risposta».

Per ulteriori informazioni la invitiamo a visitare il sito ufficiale del film http://www.illupofilm.com/ e

http://www.repubblica.it/2007/03/sezioni/spettacoli_e_cultura/liboni-film/liboni-film/liboni-film.html
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=163992
http://www.ansa.it/site/notizie/awnplus/cinema/news/2007-03-14_11466316.html
http://magazine.excite.it/news/1868/Il_Lupo_arriva_al_cinema
http://www.kataweb.it/news/item/289855/stefano-calvagna-presenta-il-lupo-un-film-su-liboni-e-la-fine-di-un
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