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Gestione separata Inpgi:

contributi o rapina? Consulta www.odg.mi.it

TABLOID N. 2/2001
Un articolo (del 2001) di Riccardo Sabbatini (sindaco dell'Istituto) ancora attuale soprattutto dopo l'attacco dell'Inpgi all'Ordine dei Giornalisti della Lombardia e al suo presidente.

Gestione separata Inpgi:

contributi o rapina?

"L'obbligo di contribuzione, secondo le interpretazioni successive date alla legge originaria, non coinvolge soltanto i pubblicisti che hanno un lavoro autonomo ma anche professionisti con collaborazioni autonome (indipendentemente dalla loro entità). Questi hanno già due coperture pensionistiche, quella di base dell'Inpgi ed il fondo complementare di categoria gestito dalla Fnsi. Con una terza coperta pensionistica non starebbero più al caldo. Semplicemente soffocherebbero".



di Riccardo Sabbatini*

Dallo scorso aprile 2000 tutti gli iscritti ad uno degli albi dei giornalisti (praticanti, professionisti e pubblicisti) che svolgono collaborazioni giornalistiche di trascurabile entità, sono chiamati dal loro ente previdenziale Inpgi ad iscriversi alla propria gestione separata (il cosiddetto Inpgi 2) pagando un contributo minimo di 200.800 lire.

Per chi non la conoscesse, la gestione separata è stata costituita dall'istituto per assicurare una pensione ai free lance che non l'avevano. Alcune settimane fa, 14 dicembre, lo stesso contributo minimo è stato elevato a 650.800 lire (500mila a carico di chi presta collaborazioni, 100mila a carico dell'azienda committente e 50.800 come contributo di maternità).

Per legge, le collaborazioni autonome (comprese quelle dei giornalisti) andrebbero assoggettate ad un'aliquota del 12% (10% a carico del soggetto e 2% a carico dell'azienda). Pertanto il contributo minimo imposto dall'Inpgi è coerente con un ammontare annuo di redditi di almeno 5 milioni.

Diversamente si finirebbe per pagare un'aliquota più elevata. E sarebbe un'iniquità. Attualmente circa un terzo degli attuali iscritti dell'Inpgi 2 (meno di diecimila in tutto) dichiarano ogni anno redditi autonomi inferiori a 1 milione e 250mila lire. O dichiarano il falso - ma occorre dimostrarlo - oppure la misura presa dall'istituto di previdenza avrà l'effetto di decurtarne il reddito della metà. Ha tutta l'aria di una rapina.

Chiamato in causa da una lettera di Vera Paggi mi trovo costretto ad intervenire su una questione che avrebbe potuto essere gestita con un po' di buonsenso e che invece, per effetto di successive interpretazioni burocratiche e ministeriali, sta diventando un obbrobrio giuridico.

Come sindaco dell'Inpgi ho eccepito in consiglio di amministrazione che pretendere da circa un terzo degli iscritti un contributo superiore a quello che dovrebbero pagare mi sembrava illegittimo. Tutti i miei colleghi del Sole 24 Ore (che, sulla questione, ha pubblicato un articolo prima di Natale) sono stati informati della questione e mi fa piacere che anche "Il Barbiere della Sera" l'abbia ripresa.

Così che il maggior numero di giornalisti sia informato del pericolo che incombe sopra di loro. L'obbligo di contribuzione, secondo le interpretazioni successive date alla legge originaria, non coinvolge soltanto i pubblicisti che hanno un lavoro autonomo ma anche professionisti con collaborazioni autonome (indipendentemente dalla loro entità). Questi hanno già due coperture pensionistiche, quella di base dell'Inpgi ed il fondo complementare di categoria gestito dalla Fnsi. Con una terza coperta pensionistica non starebbero più al caldo. Semplicemente soffocherebbero.

Vera Paggi, nella sua lettera, ha una sua ricetta. Per evitare di pagare contributi previdenziali così salati i giornalisti - scrive - "hanno due strade: smettere di fare collaborazioni pagate male o farle gratis"! Con tutta franchezza mi sembra una proposta, oltreché offensiva, da "soluzione finale": se non guadagnate abbastanza levatevi di torno! Nemmeno gli economisti di Chicago hanno mai immaginato soluzioni così drastiche.

Ma era proprio necessario arrivare a questo punto? Nient'affatto. Tutto nasce da una legge del '95 (comma 25 art. 2 della legge n.335/95) che intendeva assicurare la "tutela previdenziale in favore dei soggetti che svolgono attività autonoma di libera professione, senza vincolo di subordinazione, il cui esercizio è subordinato all'iscrizione ad appositi albi o elenchi". La legge istituiva una gestione separata presso l'Inps e disponeva un contributo previdenziale del 10 per cento. La ratio del legislatore era chiara e condivisibile: assicurare una tutela previdenziale alle schiere di nuovi lavoratori autonomi privi di qualunque paracadute.

Con un successivo decreto legislativo in attuazione di quella legge (decreto n. 103/96) è stato attribuito ad enti professionali erogatori di pensioni obbligatorie (com'è l'Inpgi) di istituire gestioni separate per provvedere alle necessità previdenziali dei propri "autonomi" iscritti agli albi professionali.

E qui è avvenuta una prima forzatura. Si è infatti stabilito che l'obbligo di iscrizione incombeva anche sui soggetti "che esercitano attività libero-professionale, ancorchè contemporaneamente svolgono attività di lavoro dipendente". Quindi, a dispetto dell'originaria finalità della legge, la platea dei contribuenti è stata estesa anche a quanti già risultavano iscritti ad una gestione pensionistica obbligatoria (quella da lavoratori dipendenti).

In un primo tempo comunque lo stesso Inpgi aveva circoscritto l'obbligo di iscrizione ai soli lavoratori dipendenti con redditi da attività coordinata e continuativa. Esentando dunque chi aveva sporadiche collaborazioni.

E veniamo alle terza tappa di questa follia. Nella primavera di quest'anno il ministero del Lavoro ha stabilito - l'Inpgi si è adeguato prontamente il 4 aprile - che non soltanto le collaborazioni coordinate e continuative ma "qualunque prestazione di lavoro autonomo resa dai giornalisti - anche se sporadica e produttiva di modesto reddito - comporta l'obbligo di iscriversi alla gestione separata dell'Inpgi" e di versare i relativi contributi. Unico requisito: l'iscrizione all'albo professionale. La conclusione la conoscete già, è quella con la quale il contributo minimo è stato triplicato.

Sfugge la logica di un simile modo di fare. Sembra che l'Inpgi spinga coloro che hanno soltanto redditi marginali a non rinnovare l'iscrizione all'albo professionale per non essere costretti a pagare il salato pedaggio. Dimenticando che non è una sua prerogativa stabilire chi si debba o meno iscrivere all'albo.

E che, nel caso di lavoratori dipendenti (professionisti) con collaborazioni, questa via d'uscita è comunque preclusa. Se il timore era quello di un'evasione contributiva tra i professionisti-lavoratori dipendenti si poteva chiedere, con maggiore buonsenso, che i contributi fossero versati al fondo complementare di categoria senza dover aprire una terza posizione pensionistica del tutto inutile.

Se il timore era quello dell'evasione tra i pubblicisti-lavoratori autonomi, la decisione dell'Inpgi avrà il brillante effetto di ricacciarli definitivamente nel lavoro nero.

Resta una motivazione di tipo gestionale di cui parla la Paggi nella sua lettera. Ogni iscritto - spiega - "costa alla gestione separata 200 mila lire" l'anno. Non si capisce perché sono necessari tanti soldi per gestire unicamente una posizione contabile (l'Inpgi 2 è nato 3 anni fa e, al momento, non eroga neppure una rendita).

Se una compagnia d'assicurazione impiegasse tante risorse per tenere in ordine le sue polizze vita fallirebbe. E non risulta che le Generali o l'Ina - per fare un paragone - rifiutino contratti assicurativi se l'importo dei premi non supera il milione di lire. Forse sono meno esclusivi del nostro club previdenziale.

Anche queste riserve ho esposto, senza molta fortuna, nella stessa riunione del consiglio di amministrazione. In questi giorni un mio collega del giornale si è visto sollecitare dall'Inpgi l'iscrizione alla gestione separata per una collaborazione da 42 mila 500 lire. "Di che si preoccupa - gli hanno detto - se anche non raggiunge i versamenti minimi per la pensione (5 anni) a 65 anni riavrà indietro i suoi soldi". Molto pittoresco.

*sindaco dell'Inpgi

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L'articolo preparato dall'ufficio legale dell'Ordine sull'Inpgi2 e la risposta del presidente Gabriele Cescutti in www.odg.mi.it/docview.asp?DID=2482


SCRIVI A FRANCO ABRUZZO (fabruzzo39@hotmail.com). Dai solidarietà all'Ordine di Milano e al suo presidente!!!

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